Giornata contro la violenza sulle donne 2015: ‘Nei tribunali non si rispetta la Convenzione di Istanbul’

violenza donne
Se la Convenzione di Istanbul entrata in vigore nel 2014 resta lettera morta che ce ne facciamo delle celebrazioni del 25 novembre? E soprattutto che cosa se ne fanno le donne che denunciano violenze, quando lo  Stato e la giustizia voltano le spalle alle loro richieste di aiuto?

“Nei tribunali italiani si minano i principi e gli obiettivi della Convenzione di Istanbul e si ledono i diritti inviolabili delle donne”. Le avvocate di D.i.Re a due giorni dalla Giornata Internazionale contro la violenza alle donne denunciano lentezza, inadeguatezza nella valutazione del rischio e scarsa tutela dei minori. Il trattato europeo è entrato in vigore da un anno e mezzo e nonostante sia un atto internazionale vincolante viene spesso ignorato con prassi giudiziarie che ostacolano la scelta delle donne di chiudere una relazione.

Quali sono gli articoli che vengono violati più spesso? In primo luogo gli articoli 49 e 50 della Convenzione perché le forze dell’ordine non sempre trasmettono con immediatezza la notizia di reato alle Procure lasciando le donne prive di tutela proprio nel momento in cui sono maggiormente esposte al rischio di violenze e di ritorsioni dal partner che è stato lasciato e denunciato.

Un altro aspetto è la sottovalutazione della pericolosità dell’autore delle violenza che non fa scattare le misure cautelari per prevenire altre azioni più gravi. L’ordine di allontanamento, per esempio, dovrebbe essere un provvedimento veloce per allontanare il maltrattante da casa o dai luoghi frequentati dalla donna eppure può accadere che trascorrano mesi prima che venga emesso (se viene emesso!). Oppure può accadere che un uomo non rispetti le misure cautelari (ordine di allontanamento, arresti domiciliari) senza subirne l’aggravamento. Tutto questo avviene in violazione degli articoli 51, 52 e 53 e non è un caso che la maggior parte delle donne siano state uccise dopo aver denunciato.

Ma non sono sole le donne a vedere violati i loro diritti perché anche i minori rischiano di non ricevere tutela. La violenza assistita pare suscitare interesse solo nei convegni di psicologia ma ha scarso peso nelle scelte dei giudici. I tribunali, in palese violazione dell’articolo 31 che impone di considerare i pregiudizi psicofisici causati dalla violenza assistita, continuano a disporre l’affidamento condiviso anche se il padre è in attesa di processo per maltrattamenti, sia stato arrestato, allontanato da casa o condannato.

Le conosciamo queste storie di ri-vittimizzazione. A volte le leggiamo sul web “uccisa nonostante le denunce” come cronache di morti annunciate. Ci sono donne picchiate dal marito mentre portano il bambino alle visite vigilate senza che nessuna misura venga presa per la loro tutela o per sanzionare il comportamento violento; altre che aspettano per mesi un ordine di allontanamento dopo essere state picchiate dal marito per l’ennesima volta a pochi giorni dal primo processo per violenza familiare; altre ancora che vivono con la paura che accada qualcosa ai loro figli. Tempo fa venni a conoscenza della storia di una donna che viveva in ansia perché il tribunale civile aveva stabilito l’affidamento condiviso e questo era avvenuto nonostante il marito fosse stato colpito da ordine di allontanamento e fosse in attesa di un processo per violenza sessuale e maltrattamenti. Questa donna subiva le minacce nei confronti del figlio che era sottoposto a continui interrogatori del padre su chi frequentasse la madre. Immaginatevi con quale linguaggio.

Che cosa c’è alla base di queste contraddizioni che a volte, costano la vita delle donne e dei bambini? Mancanza di dialogo tra diversi uffici, tempi lenti ma soprattutto una rimozione della violenza familiare contro le donne e la vittoria di stereotipi o di pregiudizi. Oggi che l’ennesimo trattato internazionale ha stabilito il diritto all’inviolabilità e alla libertà delle donne e ha indicato come tutelare quel diritto, il patriarcato sopravvive nelle cattive prassi attuate da chi non ha adeguata formazione per riconoscere la violenza ma soprattutto ha interiorizzato la disparità tra uomini e donne e continua a perpetuarla. Ma è tragico quando questo si verifica tra chi indossa la divisa o la toga.

Tutto questo avviene in violazione dell’obbligo generale dell’articolo 18 della Convenzione che impone “la cooperazione efficace tra tutti gli organismi statali competenti comprese le autorità giudiziarie a tutela dei diritti delle donne vittime di violenza di genere”. Quanto avviene nei nostri tribunali, dicono le avvocate D.i.Re, “sono una palese violazione dell’obbligo di dovuta diligenza che la Convenzione impone per contrastare la violenza maschile contro le donne”.

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